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Paintings as walk-on parts

Giampiero Nanni

It all began with The plague-spreader’s tale. I’m not sure what compelled me, at just over twenty years old, to buy that strangely titled novel by an unknown Sicilian author - I can’t even remember where. I suppose that even his name, Gesualdo, was a hook, since the town of the same name in Irpinia was my mother’s birthplace. And then l’Untore - the plague-spreader - which brought to mind my high school years, and an extraordinary literature teacher from Scicli, who sparked our curiosity and instilled in us a certain fascination for those ‘dubious’ Manzoni’s characters, and for the infamy tied to their persecution. And then there was the painting on the cover: L’attesa by Felice Casorati, an artist among my favourites. And, finally, Comiso, on one hand caught up at the time in the missiles affair, and on the other the hometown of three fellow students I knew during my university years.Such was the mixture of ‘reasons’ that pushed me toward that speculative purchase - a purchase that changed my vision of literature, of the novel, and above all, of the ‘word’, which for me is the very essence of Bufalino’s narrative, in all its forms and nuances. His entire subsequent output entered my inner ‘system’, deeply, and on my bedside table Il Malpensante still lives today, decades on - worn and tattered, but always at hand ‘in case of need’.

And it is precisely from Il Malpensante that the need - if not the urgency - arose to fulfil the author’s heartfelt appeal: to paint for him those nineteen pictures with their ‘outlandish’ titles. A request that kept returning every time I found myself back at page 134 of the month of December in his Lunario. 

From those nineteen titles, I lived unexpected epiphanies, filling my gaps, not without a certain embarrassment.

These nineteen Pictures for an Exhibition are nothing but supporting characters in a comedy with nineteen leading roles: the titles themselves. Titles whose purpose is to stir an inner commotion - like the brain of that “unearthed mole” mentioned elsewhere in Il Malpensante.The aphorism already contained within itself an invisible gallery. These paintings do not ask to be looked at in order to be understood and resolved, but to be questioned so that one may question oneself about the titles that generated them.

Strange titles - many of them true oxymorons - like doors that open onto a labyrinth of interpretations: possible, improbable, absurd, perhaps wrong, neither describing nor explaining, but alluding, while at the same time capturing, taking hostage - and the more one turns them over in the mind, the more ‘the ransom price rises’.

I have always thought that Bufalino’s ‘game’ here is that of the cat and the mouse, as that of Night’s Lies. A series of riddles and enigmatic puzzles for which the solution will never be provided - not upside-down on the page, not in the next issue.

And so I tried to play along, at times even raising the stakes, with a touch of impertinence, playing on the semantic ambiguity of certain titles.‘Bizarre’ titles, then - a challenge to whoever passes by and chooses to take it up - in which one moves from tragedy to chemistry, from astronomy to myth, as though tiptoeing from stone to stone across a far from quiet river, with all the associated risks.

These works will offer no answers to the visitor, but will dig still deeper into interpretive doubt.In the various interpretations I returned to techniques dear to me: thick matter on canvas, rough surfaces, cracks and fissures; and then the colours gold, copper and anthracite, oxidised metals, gold leaf, rope, and wire. The same applies to recurring themes - such as the blindfolded man or the white wall.I chose not to overload the paintings with more or less predictable symbolism; instead, I sought a less conventional eye for the various subjects.

Dipinti come comparse

Tutto nacque, per me, con Diceria dell’untore.

Non sono sicuro dei motivi che mi portarono, a poco più di venti anni, ad acquistare, non ricordo neanche dove, quel romanzo dal titolo strano di uno sconosciuto autore siciliano. Suppongo che già il suo nome, Gesualdo, fu un aggancio, essendo l’omonimo paese Irpino il luogo di nascita di mia madre. E poi l’Untore, che richiamò alla mente gli anni del liceo, con una straordinaria insegnante di lettere, di Scicli, che ci fece incuriosire, e ci insinuò quella certa fascinazione per quei ‘dubbi’ personaggi, e per l’infamia associata alla loro persecuzione. E ancora, quel dipinto in copertina, L’attesa di Felice Casorati, un artista tra i miei preferiti. E infine Comiso, da una parte nota a quei tempi perché coinvolta nell’affaire-missili, e poi luogo d’origine di tre studentesse amiche ai tempi dell’Università.Questo il misto di ‘ragioni’, che mi spinsero a quell’acquisto-scommessa.

Un acquisto che cambiò la mia visione della letteratura, del romanzo, e soprattutto della ‘parola’, per me essenza della narrativa di Bufalino, nelle sue varie forme e sfumature.Tutto il seguito della sua produzione entrò nel profondo del mio ‘sistema’ e sul mio comodino ancora oggi dopo decenni vive Il Malpensante, ormai logoro, ma sempre a disposizione ‘in caso di necessità’.

Ed è proprio dal Malpensante che è nata l’esigenza, se non l’urgenza, di esaudire l’accorato appello dell’autore, di dipingere per lui quei diciannove quadri dai titoli, appunto, “bislacchi”.Una richiesta che ritornava, come un’acqua cheta, ogni volta che ricadevo a pagina 134 del mese di Dicembre nel suo “Lunario”.

Questi diciannove Quadri per un’esposizione non sono che comparse, in una commedia con diciannove protagonisti principali: i titoli stessi. Titoli che hanno l’intento di generare un parapiglia interno, come nel cerebro di quella “talpa disseppellita” citata altrove nel Malpensante.

L’aforisma già conteneva in sé una galleria invisibile. Questi dipinti non chiedono dunque di essere guardati, per capire e per risolvere, ma interrogati per interrogarsi sui titoli che li hanno generati. Titoli bizzarri, molti dei quali veri e propri ossimori, come porte che si aprono verso un dedalo di interpretazioni, possibili, improbabili, assurde, magari sbagliate, e che non descrivono, né spiegano, ma alludono, e allo stesso tempo catturano, prendono in ostaggio, e più ci si ragiona su, più si “alza il prezzo del riscatto”. Ho sempre pensato che il ‘gioco’ di Bufalino qui, fosse quello del gatto col topo, nello stesso spirito delle Menzogne della notte. Una serie di indovinelli, di rebus enigmistici, di cui non ci verrà mai fornita la soluzione: né capovolta nella pagina, né nel prossimo numero. E così ho provato a stare al gioco, a volte anche rilanciando, con un po’ di impertinenza, giocando sull’ambiguità semantica di alcuni titoli.

Titoli appunto “bislacchi”, come sfida a chi passerà di lì e la raccoglierà, e in cui si passa dalla tragedia alla chimica, dall’astronomia al mito, e uno si sente come se saltasse in punta di piedi da una pietra all’altra su un fiume per nulla quieto, con tutti i rischi del caso. Questi lavori non offriranno risposte al visitatore, ma scaveranno ulteriormente nel dubbio interpretativo. Nelle varie interpretazioni ho riutilizzato tecniche a me care: una materia spessa sulla tela, superfici aspre, crepe e screpolature; e poi i colori oro, rame e antracite, i metalli ossidati, la foglia d’oro, la corda e il fil di ferro. Così pure per i temi, come per esempio l’uomo bendato o il muro bianco.

Non ho voluto caricare i dipinti di troppe simbologie più o meno scontate, e ho invece cercato di avere per i vari temi uno sguardo meno convenzionale.

 

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